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Quanto carbonio può immagazzinare una pianta di caffè?

Viaggio nella biomassa di una piantagione rigenerativa
Quando pensiamo a una pianta di caffè, immaginiamo probabilmente un arbusto non molto alto, con bacche rosse pronte per la raccolta. Ma quello che spesso sfugge è il suo ruolo silenzioso ma potente nella cattura e immagazzinamento del carbonio e nella conservazione del suolo.
Il progetto ConSenso, realizzato nella piantagione di Utengule in Tanzania, ci offre una risposta precisa alla domanda: quanto carbonio può trattenere una pianta di caffè?
La fotosintesi: un’alleata preziosa
Attraverso la fotosintesi, le piante assorbono CO₂ e la trasformano in biomassa: radici, fusti, rami e foglie. Il carbonio si accumula in ogni fibra vegetale e resta immagazzinato nella pianta.
Nel caso del caffè, si tratta di un arbusto legnoso perenne che, se ben gestito, può contribuire significativamente al sequestro del carbonio atmosferico, specialmente se affiancato da alberi ombra e tecniche agroforestali.
I numeri di Utengule
Grazie a uno studio dettagliato condotto da PNAT e Accademia del Caffè Espresso, possiamo fare chiarezza con dati concreti.
Nella piantagione di Itimba, parte di Utengule Coffee Farm, composta da:
- 160.385 piante di caffè
- 883 alberi ombra
è stato stimato un totale di 2.979,52 tonnellate di CO₂ immagazzinate.
Di queste:
- 1.100,13 ton provengono dagli arbusti di caffè,
- 1.879,39 ton dagli alberi ombra.

Biomassa sopra e sotto il suolo
Il calcolo tiene conto di due componenti:
- Soprassuolo – rami e fusto
- Sottosuolo – ceppo e radici principali
Mediamente, una pianta di caffè adulta in Itimba pesa circa 4 kg (compresa la parte sotterranea). Sembra poco, ma moltiplicato per oltre 160.000 piante, il contributo diventa significativo.
E non solo: per le piante più vecchie (oltre 50 anni), la biomassa radicale rappresenta fino al 60% del totale. Ciò significa che la parte nascosta sottoterra è fondamentale per lo stoccaggio duraturo della CO₂, perché non viene rimossa durante le potature periodiche, rimanendo attiva fino a fine ciclo.

Giovani vs. veterane: chi vince?
Un dato interessante emerso dallo studio è la differenza tra piante giovani e anziane:
- Le più giovani (impiantate nel 2023) stoccano molta meno CO₂, sia perché hanno dimensioni ridotte, sia perché non hanno ancora sviluppato un apparato radicale robusto.
- Le più anziane (impiantate negli anni ’70) mostrano invece un picco di biomassa radicale, rendendole vere “banche di carbonio”.
L’importanza della gestione
Un ruolo chiave è giocato dalla gestione agronomica:
- Le potature regolari (ogni 5 anni) mantengono stabile la biomassa aerea.
- I residui di potatura, se compostati o trasformati in biochar, permettono di conservare il carbonio anziché rilasciarlo.